[En annexe de la page consacrée sur ce site au livre « Les barbelés de la honte », j'ai eu envie de récupérer ici quelques-uns des articles et éditoriaux que j'ai écrits en faveur des sans-papiers. Le premier date de juin 1997 : je venais d'être confronté pour la première fois à la réalité des centres de rétention. Le dernier, publié en 2002, compte parmi les derniers articles que j'ai écrits avant que l'écœurement ne me pousse à tourner définitivement la page du journalisme.]

BELGIO DOPO SEMIRA ADAMU :

Storia di Blandine Kaniki e di un bambino mai nato

« Ma che fai, resisti  ? Non ti hanno mai raccontato quello che abbiamo fatto a Semira ? ». Le minacce dei funzionari di polizia sono quanto resta – secondo le testimonianze di molti immigrati che rifiutano l’espulsione dal Belgio – dopo l’omicidio di Semira Adamu : ventenne, nigeriana, soffocata con un cuscino da due gendarmi che cercavano di reimpatriarla. Dopo quella morte, avvenuta ormai cinque mesi fa, è cambiato il ministro degli interni (ora si chiama Luc Van den Bossche) ma non la politica governativa : da poco è stato aperto un nuovo centro di detenzione a Vottem (Liegi), in quella parte francofona del paese che fino ad oggi non era stata interessata alla costruzione di queste prigioni. Non è cambiata la politica del governo, e non sono diminuiti gli arbitri e i soprusi della polizia.

Un esempio ? Il 16 ottobre 1998 all’aeroporto di Zavantem sbarca Blandine Kaniki. Incinta di 3 mesi, l’accompagna il figlio Christian di 5 anni. Aveva deciso di lasciare il Congo dopo l’esecuzione del marito, Francois Rutiririza, un tutsi fuggito dal Ruanda. Dopo un primo interrogatorio la sua richiesta di asilo viene rifiutata. Il motivo ? In una crisi di panico, non riusciva a ricordare il nome del marito. Così, insieme al figlio, viene trasferita nel centro di detenzione di Steenokkerzeel. Circa due settimane dopo assiste all’espulsione di un nigeriano, Frank Kakulu, ed è testimone della brutalità dell’intervento della polizia. Insieme ad altri detenuti riesce ad intervenire e l’espulsione viene rimandata. Ma poche ore dopo i « ribelli », compresa Blandine, vengono radunati nel refettorio, caricati e picchiati dalla polizia.

Da allora Blandine soffre di violenti dolori alla pancia, fa fatica a mangiare. Viene ordinata un’inchiesta interna e le vittime dell’intervento ottengono una proroga dell’espulsione fino a che i fatti non verranno chiariti. In realtà Blandine – in barba alle decisioni delle autorità compotenti – riceve l’ordine di espulsione solo pochi giorni dopo. E’ solo grazie all’intervento dei passeggeri dell’aereo che avrebbe dovuto riportarla in Congo se il suo viaggio di ritorno viene nuovamente rimandato.

Ma intanto il suo stato di salute si aggrava. Il 22 novembre comincia ad avere delle perdite, il medico del centro di detenzione – che già dopo la rappresaglia dei poliziotti non aveva creduto di doverla ricoverare – si limita a darle degli antidolorifici. Dopo un paio di giorni Blandine viene trasferita d’urgenza in ospedale, ma prima ancora di arrivarvi perde il bambino che aspettava. Ancora oggi Blandine Kaniki è detenuta – insieme al figlio Christian di 5 anni – nel centro di detenzione di Steenokkerzeel

Su Il Manifesto, 18/03 1999.

le 26 avril 2009 | rubrique Sans-papiers | Dis-le avant tous

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